martedì 15 dicembre 2009

Finanziaria 2010: il Governo "cancella" la montagna


Dalla Finanziaria 2010, oltre ai pesanti tagli ai danni dei Comuni (...che fine ha fatto il "federalismo"?) emerge con nettezza la volontà politica di penalizzare e sottrarre risorse alla montagna italiana.
Non si spiega diversamente la scelta di azzerare il Fondo nazionale per la montagna, già fortemente ridotto lo scorso anno (ne avevamo già parlato tempo fa, su questo sito, con il centrodestra casolano che si affannava a negare l'evidenza), di tagliare del 70% il fondo ordinario per il funzionamento delle Comunità Montane; ma ciò che è ancor più grave è costituito dalla scelta di cancellare con un colpo di spugna gran parte dei Comuni montani, tra cui Casola Valsenio, unico Comune - in base alle norme vigenti da decenni - a essere interamente montano nella provincia di Ravenna.
Infatti, con un norma introdotta all’ultimo momento, estrapolata dal Disegno di Legge “Calderoli - Carta delle Autonomie Locali“, si stabilisce che, improvvisamente, saranno montani solo i Comuni che hanno il 75% del loro territorio oltre i 600 metri sul livello del mare.
Ne consegue che solo in Emilia-Romagna, dei 125 Comuni attualmente classificati montani, ne rimarranno 31, come se un improvviso sconvolgimento tettonico avesse livellato l’Appennino (nella foto, un suggestivo scorcio della "nuova" pianura padana a sud della Via Emilia).
La montanità viene trattata come fosse una “convenzione” da modificare a piacimento e non una caratteristica fisica, ed una condizione sociale, economica che implica particolari disagi e difficoltà per chi vi abita e vi lavora.
La perdita dello “status di montanità“ porta con sé non solo la riduzione di risorse per i Comuni, ma rischia di mettere in discussione la salvaguardia di taluni servizi pubblici, di eliminare alcune importanti agevolazioni e di ridurre le opportunità di accesso ai finanziamenti comunitari, in particolare per l'agricoltura.
La constatazione politica che si può trarre da tutto ciò non è più riconducibile alla demagogica volontà di ridurre i costi della politica e della spesa pubblica, che sembra realizzarsi con la soppressione delle Comunità Montane. In Italia, dopo tanto rumore, gli unici Enti che si sono riformati sono state le Comunità Montane, riducendosi a livello nazionale da 367 a 185 ed in Emilia-Romagna da 18 a 9, azzerando i costi degli amministratori che, essendo obbligatoriamente Sindaci, mantengono la modesta indennità del loro Comune.
Non vi sono più alibi; la scelta del centrodestra e della Lega Nord è quella di colpire la montagna, di risparmiare risorse a danno della parte del Paese che, pur costituendo il 54% del territorio, è la più debole ed elettoralmente meno significativa.
Non si spiega diversamente anche il trattamento riservato agli stessi Comuni montani che, dopo le decurtazioni degli anni scorsi, si trovano a subire altri tagli, senza il riconoscimento di alcuna forma di perequazione, pur sancita dalla Costituzione. In questi Comuni è a rischio il mantenimento dei servizi essenziali, senza i quali si inverte inevitabilmente quel processo di sviluppo che anche in montagna si era avviato. Che dire poi della drastica riduzione, anche nei piccoli Comuni, dei Consiglieri Comunali e degli Assessori, anch’essi annoverati fra i titolari di laute indennità da tagliare? Anche in questo caso si ostenta la propaganda e si riducono gli spazi della partecipazione e della rappresentanza democratica.

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